Centro Interuniversitario di Ricerche Epistemologiche e Storiche sulle Scienze del Vivente



Ciclo di incontri
Macchina e organismo
DIPARTIMENTO DI FILOSOFIA – VILLA MIRAFIORI
AULA X – 14,30-16,30


organizzato da ECO-EVO-COG
Seminario permanente di Evoluzione e Cognizione
Sapienza Università di Roma - Dipartimento di filosofia- Dottorato in filosofia
con il patrocinio di "Res viva"



23 MARZO 2016
LE   MACCHINE   DEL   NOSTRO   CORPO:   ANTICHE   E   NUOVE  ALLEANZE
TRA MACCHINA E ORGANISMO
Maria Conforti, Silvia Caianiello, Luca Tonetti, Simone Guidi

Maria Conforti  (Unità di Storia della Medicina e Bioetica, Dip. Medicina Molecolare, Sapienza Università di Roma)
Macchine esplosive e corpi inquieti: iatromeccanica e iatrochimica nella medicina di età moderna
Attraverso l'analisi di testi di Giovanni Alfonso Borelli, di autori di medicina, e di filosofi come Giovanbattista Vico, si discuterà delle categorie storiografiche di iatromeccanica e iatrochimica nell'interpretazione della scienza e della medicina di età moderna, con particolare riguardo alla situazione italiana.

Luca Tonetti (Dip. Filosofia, Sapienza Università di Roma)
Corpi in equilibrio: ippocratismo e meccanicismo nella ‘statica’ medica di Baglivi
Nel 1704, Baglivi pubblica i Canones medicinae solidorum, un commento in aforismi al De statica medicina di Santorio (1614). Santorio aveva tentato di stabilire un nesso tra la concezione ippocratica di salute, intesa come armonia di umori (eukrasia), e l’equilibrio tra la materia che entra ed esce dal corpo, misurato quantitativamente attraverso la “stadera medica”. Nei Canones, Baglivi riadatta gli aforismi di Santorio alla luce della sua metodologia clinica e della sua fisiopatologia meccanicista incentrata sul ruolo della fibra, sostenendo che solo chi conosce la ‘statica’, cioè l’equilibro tra i solidi che oscillano e i liquidi che scorrono nel nostro corpo, potrà curare correttamente le malattie. In questo intervento, verrà brevemente illustrata la teoria fibrillare di Baglivi e la sua applicazione in ambito clinico, nel segno di questo tentativo di sintesi tra ippocratismo e meccanicismo.

Simone Guidi (Nuova Accademia di Belle Arti – NABA, Milano)
La vita delle immagini: Marin Cureau de La Chambre tra panpsichismo e meccanicismo
L’intervento si incentra sul fondamentale ruolo assegnato dal Marin Cureau de La Chambre all’image nella costituzione tarda del suo panpsichismo, in una conflittuale e singolare convergenza con il meccanicismo quantitativo degli stessi anni. Ci si soffermerà: 1) sulla questione della natura intermedia della luce; 2) da qui, su quello del ruolo attivo dell’immagine, che il medico francese utilizza come sostitutivo al contempo delle species e dell’attività formatrice dell’anima vegetativo-sensitiva, impostando una forma di dualismo “debole”; 3) sul ruolo, attribuito, di conseguenza, all’immaginazione. In conclusione, il dualismo di Cureau — che fa uso di una nozione mimetico-sostanzialistica dell’image e ricade senza volerlo in una sorta di meccanicismo qualitativo — verrà messo a confronto con quello di Bergson, che in “Materia e Memoria”, da una prospettiva ontologica differente e in netto contrasto con la tradizione meccanicista, pone proprio l’immagine come elemento di giuntura tra mente e corpo.

Silvia Caianiello (Istituto per la storia del pensiero filosofico e scientifico moderno – CNR, Napoli)
Sulla nuova alleanza tra biologia e ingegneria: il caso della robustezza
Emulare la capacità di auto-regolazione dei sistemi viventi è la sfida costitutiva del pensiero ingegneristico. Le proposte recenti di una teoria unificata della robustezza si basano sull’assunto che gli specifici principi organizzativi evoluti nei sistemi viventi per rispondere alle perturbazioni mantenendo determinate funzioni siano identici a quelli dei sistemi artificiali avanzati progettati per lo stesso fine con gli strumenti, sempre più biomimetici, dell’ingegneria del controllo. In questa prospettiva, l’ambito del vivente e dell’artificiale si distaccano dal più vasto insieme dei sistemi dinamici complessi non-lineari caratterizzati da stabilità dinamica e strutturale, ma non vincolati allo svolgimento di una funzione. Il nuovo discrimine tra vivente/artificiale e non vivente si attaglia forse all’evoluzione in corso nel senso comune, ma fino a che punto è davvero possibile elidere le differenze tra evoluto e progettato, tra auto-regolazione e controllo automatico?



13 APRILE
FORME DI VITA, FORME DI TECNICA
Stefano Velotti, Francesco Restuccia, Fiorenza Lupi


Stefano Velotti (Dip. Filosofia, Sapienza Università di Roma)
Tecnica e caso: che ruolo gioca il caso in forme di vita fortemente tecnologiche? Una ricognizione storico-teorica
Il caso è un concetto sfuggente, che nel corso della storia è stato invocato per coprire ruoli molto diversi nell’esperienza umana. Nell’ambito della produzione artistica è stato talvolta associato all’intervento di processi automatici, che aggirerebbero la percezione cosciente dell’autore o la sua intenzionalità. Oggi il problema sembra essersi rovesciato nel suo opposto: è possibile reintrodurre il caso e la contingenza all’interno delle tecnologie con cui interagiamo e in cui siamo sempre più immersi?


Francesco Restuccia (Dip. Filosofia, Sapienza Università di Roma)
Cibernetica come seconda tecnica? Un dialogo tra Norbert Wiener e Walter Benjamin
Si vogliono confrontare le ultime riflessioni di Wiener sull’autonomia delle macchine, contenute in Dio & Golem s.p.a., con il concetto di seconda tecnica elaborato da Benjamin nella prima versione dattiloscritta di L’opera d’arte all’epoca della sua riproducibilità tecnica. Entrambi gli autori sottolineano l’esigenza di una coordinazione, o gioco combinato, tra esseri umani e macchine.

Fiorenza Lupi (Dip. Filosofia, Sapienza Università di Roma)
Le problème technologique. Dai rapporti tra tecnica e scienza alla questione dell'organisme-machine nell'opera di Georges Canguilhem
Si vuole proporre un'indagine sulla filosofia della tecnica di Georges Canguilhem attraverso lo studio delle relazioni science-technique e machine-organisme. Il filosofo francese ha sviluppato, fin dagli anni '30, una critica della massima positivista «savoir pour prévoir, prévoir pour agir» dimostrando che il gesto tecnico, lungi dall'essere semplice applicazione di precetti scientifici, è espressione della creatività dell'essere vivente. L'argomento dell'originarietà del fenomeno tecnico rispetto alla scienza, individua ne l'activité technique ciò che istruisce, orienta e talora pone in essere le esigenze del vivente (umano); Georges Canguilhem, considera, con Leroi-Gourhan, le macchine alla stregua di organi della sensibilità umana, caratterizzata fin dai primordi dalla capacità di prolungarsi in protesi che le consentono di “resistere alle infedeltà dell'ambiente”.


27 APRILE
Felice Cimatti, Elisa Binda, Giacomo Salerno

Felice Cimatti  (Dip. Studi Umanistici, Università della Calabria)
La vita delle cose
Le cose stanno tornando. Da sempre cancellate dalla presenza ossessiva dei soggetti umani, ora è il tempo delle cose. Finora la cosa è stata pensata solo dal punto di vista dei bisogni umani.  Homo sapiens nulla teme di più che essere considerato come una semplice cosa. Perché la cosa è soltanto una cosa, la cosa non teme né desidera nulla. Ma la cosa è impensabile senza il soggetto umano; di più, il soggetto è impensabile senza lo specchio opaco della cosa, che gli rimanda la sua immagine rovesciata: la cosa è l’anti uomo, quindi uomo significa il contrario della cosa. Ma perché oggi è il tempo delle cose? Perché l'ondata umanistica è finita, e soprattutto il 'nostro ' corpo, la prima delle 'nostre' cose, reclama sempre più autonomia dal soggetto e dai 'suoi' desideri.

Elisa Binda (Dip. Filosofia, Sapienza Università di Roma)
Couplages interattivi: il rapporto tra macchina e organismo in Gilbert Simondon
Questo intervento intende restituire il modo peculiare in cui Gilbert Simondon (1924-1989) ha concepito il rapporto tra oggetto tecnico e individuo, analizzando dei passaggi significativi tratti, in particolare, da due testi: Du mode d’existence des objets techniques (1958) e Sur la technique (2014). Mostrerò come tale relazione venga definita da Simondon come couplage, di modo da sottolinearne il carattere di profonda interazione e interdipendenza.

Giacomo Salerno (Dip. Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile e Ambientale, Sapienza Università di Roma)
La città come organismo. Attualità delle metafore biologiche negli studi urbani
Sin dagli albori del suo costituirsi come disciplina, l’urbanistica ha fatto un ampio uso metaforico di concetti derivanti dalle scienze biologiche. Senza la pretesa di esaurire la vastissima bibliografia in merito, questo intervento si propone di passare in rassegna alcune significative trattazioni del tema della città-organismo, per vagliarne la portata teorica e la fecondità euristica. L'interrogazione congiunta di questi due campi disciplinari, apparentemente così distanti tra loro, potrà forse fornire degli strumenti utili alla comprensione delle forme contemporanee dell’urbano e delle sfide che esso pone



18 MAGGIO
Bernardino Fantini, Matteo Mossio, Alessandra Passariello

Bernardino Fantini (Università di Ginevra; Sapienza Università di Roma)
Macchina e organismo: meccanismi, progetti e cause
Dai modelli iatrofisici seicenteschi di Alfonso Borelli all’idea settecentesca di ‘macchina organizzata’, da ‘l’homme machine’ di Julien Offray de La Mettrie sino alle macchine chimiche ottocentesche e all’organismo come macchina informazionale universale alla Turing nel Novecento, la metafora dell’organismo-macchina ha costantemente prodotto immagini diffuse e epistemicamente potenti. Altrettanto costantemente l’analogia si è regolarmente dimostrata imperfetta, in quanto i principi costruttivi e funzionali di una macchina risultano distinti da quelli di un organismo. La permanenza e la produttività euristica dell’analogia richiedono tuttavia una spiegazione storica e filosofica, che si può ritrovare nella presenza in entrambi i domini dell’idea di ‘progetto’ o ‘disegno’ e nella rispondenza ad una specifica forma di causalità, di natura duale e lontana dal classico determinismo chimico-fisico. La struttura teorica della biologia molecolare, proponendo una soluzione inedita a problemi teorici presenti sin dall’Antichità, acquisisce una grande capacità esplicativa grazie alla sintesi fra meccanismo e progetto.

Matteo Mossio (Institut d'Histoire et de philosophie des sciences et des techniques - IHPST)
Perché gli organismi non assomigliano (quasi) per nulla alle macchine?
In questo intervento vorrei esaminare in dettaglio l’analogia fra organismi biologici e macchine, alla luce di una concezione precisa dell’organizzazione biologica. L’analogia fra organismi e macchine resiste rispetto a caratteristiche generali quali il fatto di essere internamente differenziati e, soprattutto, la coordinazione delle parti che permette un comportamento orientato verso un fine o un obiettivo. L’analogia mostra però i suoi limiti non appena si considerano aspetti più precisi e importanti, che dipendono tutti dalla la distinzione fra teleologia intrinseca degli organismi e la teleologia estrinseca delle macchine. A differenza degli organismi, per esempio, l’esistenza delle parti delle macchine non dipende dalle loro relazioni reciproche; le macchine non sono generate per differenziazione, ma per aggregazione; le norme che si applicano al loro comportamento sono determinate dall’esterno e non dall’interno. Un’adeguata considerazione di tali differenze dovrebbe aprire la strada a dei programmi di ricerca originali in biologia teorica e filosofia della biologia.

Alessandra Passariello (Dip. Filosofia, Sapienza Università di Roma)
Quando le vecchie macchine si rompono, gli organismi sviluppano

L'analogia di macchina e organismo nasce come un rapporto tra due entità compiute: macchine ormai finite e organismi già realizzati sono assimilati gli uni agli altri, cosicché il funzionamento delle prime sia lo specchio della fisiologia dei secondi. Protagonista di questo intervento è però il processo di formazione degli organismi e, in particolare, due diverse interpretazioni dell'ontogenesi che provengono rispettivamente dalla comprensione dello sviluppo come svolgimento di un programma computazionale o come cambiamento di un'organizzazione autonoma. In entrambi i casi lo sviluppo è una successione di cambiamenti fenotipici la cui regolarità può essere spiegata solo facendo ricorso ad un “regime causale duale”: interazioni chimico-fisiche da un lato, modalità istruttive o funzionali dall'altro. Tuttavia, in quanto svolgimento di un programma computazionale, la spiegazione dell'ontogenesi va ricercata nella dimensione temporale del programma. Diversamente, come cambiamento di un'organizzazione autonoma, la spiegazione dello sviluppo si trova nell'alterazione e non nella realizzazione dell'organizzazione preesistente. È in questa seconda accezione che è forse lecito affermare: laddove le vecchie macchine si rompono, gli organismi sviluppano.




22 GIUGNO

Ignazio  Licata,  Nicole  Dalia  Cilia,  Mattia  Della  Rocca,  Valentina  Trombetta

Giuseppe Boccignone (Perceptual Computing and Human Sensing Lab Director, Dip. Informatica, Università degli Studi di Milano)
Di uomini e macchine: agenti artificiali tra intelligenza ed emozioni
Nel 1985 Marvin Minsky, uno dei padri dell’Intelligenza Artificiale, poneva una questione fondamentale: possono le macchine essere intelligenti senza provare emozioni? Fino a poco tempo fa, l’IA (e più in generale la scienza cognitiva) ha ignorato tale questione.
In questo seminario, alla luce dei risultati più recenti delle neuroscienze, si discuterà del rapporto che esiste fra cognizione ed emozioni – due aspetti che spesso storicamente sono stati considerati in opposizione – e di come tale rapporto possa condizionare la modellazione e la realizzazione di agenti artificiali.

Nicole Dalia Cilia (Dip. Filosofia, Sapienza Università di Roma)
Simulare per predire, simulare per riprodurre: uno sguardo sull’evoluzione delle metodologie artificiali
A partire dagli anni ‘40, sono stati individuati degli ingredienti ritenuti essenziali per la spiegazione di un processo cognitivo attraverso la costruzione di un artefatto. Tuttavia tali caratteristiche sollevano diversi problemi filosofici, il più rilevante dei quali sembra essere la ricerca delle restrizioni che un modello deve soddisfare per essere considerato una buona spiegazione del comportamento indagato e quali primitive artificiali è necessario che esso adotti.
A partire da tali premesse verranno affrontate le tematiche relative all’evoluzione e ai problemi epistemologici delle metodologie simulative nella scienza cognitiva. Si indagherà come, in sinergia con la ricerca teorica ed empirica, il contributo teorico e sperimentale atteso dai progetti simulativi, ad oggi, non si limiti a quello del cosiddetto “metodo sintetico”, ma che sia possibile rintracciare linee metodologiche alternative e strettamente dipendenti dalle ambizioni modellistiche perseguite.

Valentina Trombetta (Graduate School of Robotics, University of Freiburg)
Decision-making nei sistemi naturali ed artificiali
Il decision-making è un processo cognitivo molteplice che include diversi livelli di analisi: neurologico, psicologico, filosofico e sperimentale (di tipo naturale ed artificiale). Cercando di descrivere questo processo cognitivo tenendo conto di tutte le sue caratteristiche, si adotta un approccio dinamico ed enattivo. Su questo sfondo teorico saranno analizzate le cause psicologiche, in particolar modo motivazioni intrinsiche ed emozioni, per evidenziare le somiglianze e/o differenze fra esseri viventi ed esseri artificiali.

Mattia Della Rocca (Dipartimento di Civiltà e Forme del sapere, Università di Pisa; Laboratorio di Storia e Filosofia della Psicologia e delle Neuroscienze, Università di Roma Tor Vergata)
Cervelli come macchine e macchine come cervelli. Simulazione, reverse engineering e i grandi Progetti Cervello Umano sotto la lente dell’indagine storico-epistemologica
Lo studio scientifico degli organismi viventi ha da sempre utilizzato, elevandoli a modelli a forte valenza euristica, concetti, immagini e metafore provenienti dal mondo delle macchine. Comune a questi diversi approcci è stata l’idea di poter effettuare una “ingegneria inversa” (reverse engineering) degli organismi in esame – in continuità con l’assunto del “conoscere come costruire”, di ascendenza seicentesca – cioè un’analisi dettagliata del funzionamento di un essere vivente (o di una sua componente organica funzionale) al fine di produrre un nuovo dispositivo o programma che abbia un funzionamento analogo. 
Negli ultimi decenni del millennio scorso, il reverse engineering è arrivato a lambire il “confine scientifico” costituito dalle ricerche su cervello umano, ponendosi come fondamento epistemologico e metodologico di diverse iniziative di “big brain science” oggi in corso (Blue Brain Project, SyNAPSE, Human Brain Project), e acquisendo, a partire dall’inizio del XXI secolo un ruolo sempre più preponderante all’interno del panorama scientifico contemporaneo – sia sul livello epistemologico e metodologico, sia su quello della contemporanea science policy. La storia dell’implementazione di modelli neurobiologici in dispositivi elettronici risale almeno alla costruzione dei primi percettroni (Rosenblatt, 1958) e delle retine elettriche (Fukushima et alii, 1970), e affonda le sue radici nella prima cibernetica statunitense e inglese – con attenti e lungimiranti osservatori anche nel panorama filosofico italiano (Somenzi, 1953).
Tuttavia, in discontinuità con i tradizionali “approcci macchinici” allo studio del vivente, il reverse engineering del sistema nervoso presenta alcuni elementi di originalità, affini alla sua natura di impresa scientifica “postmoderna” (Forman, 2010).  Nello specifico, tali novità risiedono nel carattere “applicativo” e “traslazionale” della ricerca in questo ambito, vale a dire nei suoi legami con l’industria dell’hardware neuromorfico (Mead, 1990; Albus, 2010). Questo inquadramento – al contempo scientifico, filosofico ed economico-politico – ha ridefinito la fisionomia della nostra idea di cervello, sancendo l’idea secondo cui «i sistemi di elaborazione neurobiologici sono dei notevoli dispositivi computazionali» (Indiveri & Horiuchi, 2011). Partendo da questi elementi, e assumendo come metodo l’indagine storico-epistemologica, nel corso dell’intervento cercherò di evidenziare il testo e il contesto degli attuali modelli di reverse engineering cerebrale, delineandone i vincoli e i limiti filosofici e scientifici, nonché i sottintesi ideologici che influenzano e determinano la fisionomia di questa impresa scientifica. 




ORGANIZZAZIONE: Nicole Dalia Cilia, Luca Tonetti   
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RESPONSABILE SCIENTIFICO: Prof.ssa Elena Gagliasso
RESPONSABILE DEI DOTTORANDI: Nicole Dalia Cilia