Dal Manifesto, 26.01.2021 (https://ilmanifesto.it/passaporto-di-classe/)

I documenti che attestano lo status sanitario nascono nell’Italia del ’300, durante la grande peste. Avrebbero potuto combattere i pregiudizi ma furono strumento contro poveri e reietti. Nel 1790 all’università di Pavia, l’inventore della “polizia medica” (la medicina sociale) Johann Peter Frank scriveva che la miseria dei popoli è la madre delle malattie

Chi ha già avuto il Covid19. Chi ha appena fatto un tampone negativo. Chi ha ricevuto il vaccino. Chi è stato in isolamento prolungato. Sono in molti a chiedere una certificazione del proprio status, in cerca di una liberazione istituzionale. Un passaporto sanitario può essere la soluzione, insieme alla raccolta e la gestione incrociata dei dati, così da fornire un documento cartaceo o elettronico, di durata più o meno limitata emesso da un’autorità sanitaria e quindi a minor rischio di falsificazione.

NON È UNA NOVITÀ nella storia, e come per le quarantene, è stata l’Italia a fare da laboratorio per tali pratiche. Nelle grandi città dei commerci Firenze, Milano, Venezia con la grande peste del Trecento vengono create le autorità di sanità pubblica, che comprendono presto che il modo più efficace per difendersi dalle pestilenze è di riuscire a sapere rapidamente se c’è un nuovo caso di peste. Si tratta quindi di avere persone in ogni angolo del proprio stato in grado di raccogliere le notizie, ma anche un medico (o qualcosa di simile) in grado di fare una diagnosi. Il passaporto sanitario, per così dire, andava dato ai vivi e ai morti. Ai vivi per circolare, e far sì che parenti, amici e soprattutto le merci non subissero limitazioni (in alcuni casi draconiane). Ai morti, perché se la dipartita era considerata sospetta (improvvisa o con malattia molto rapida) si doveva attendere un medico che potesse stabilire la causa. O quanto meno escluderne una: la peste. Almeno, questo era previsto da decreti milanesi durante la grande epidemia del 1630, quella manzoniana. Certo, tali dati non venivano diffusi ai cittadini tramite conferenze stampa delle magistrature sanitarie (per quanto i registri fossero spesso disponibili), ma allora come oggi erano tali informazioni indipendentemente dalla comprensione biomedica della malattia il primo stimolo per far partire le risposte istituzionali. Che già dal XV secolo erano le stesse che vediamo in azione oggi: quarantena e controllo sulla circolazione di persone e merci, sanificazione degli ambienti, e addirittura compensazioni economiche per chi si trovava senza lavoro o con i commerci bloccati (i ristori di oggi).

È UNA DIMENSIONE burocratica che metteva su carta, all’alba dello Stato moderno, l’estensione del potere del sovrano e dei suoi ufficiali, contrattando però con i cittadini (alcuni, non tutti) e alcuni rappresentanti (le corporazioni, le associazioni religiose) il bilanciamento di diritti e doveri. Un passaporto sanitario era un documento personale, prezioso, che certificava chi fosse il portatore (nome, colore dei capelli, segni particolari) e la provenienza da luogo esente da contagio. Presupponeva il possibile divieto e il controllo dello Stato, ma in base a qualcosa di tangibile e non arbitrario (almeno in linea di principio). Se usato correttamente avrebbe potuto evitare pregiudizi e stigmi che accompagnavano le epidemie nella cultura popolare: le malattie non avevano passaporti ma potevano avere nazionalità. La sifilide era a seconda del luogo il mal francese, spagnolo, napoletano, polacco, cinese: medicina e pregiudizio si specchiavano, e avrebbero continuato a farlo fino a oggi. I documenti rendevano oggettivo uno status che non lo era, tant’è che la peste rimase in Europa quasi quattro secoli, e chiaramente erano soggetti a commercio e falsificazione. Molti scienziati medici e non solo hanno spesso collaborato alla creazione di questa infrastruttura burocratica, prestando la propria autorevolezza a necessità politiche di controllo. E allora i passaporti hanno certificato le appartenenze etniche, misurate dagli antropologi e correlate dai medici con malattie che si pensava affliggessero per costituzione biologica determinate razze.

È STATO UN TRATTO tipico del colonialismo, quello di rendere scientifico il pregiudizio, esplicitato attraverso i documenti di viaggio che certificavano la buona salute. Quando tra Otto e Novecento gli italiani migrarono in massa verso gli Stati Uniti, erano richieste visite mediche accurate per selezionare chi era fisicamente e clinicamente degno di attraversare l’oceano. Medici americani affiancavano quelli italiani nei porti di Napoli, Genova e Palermo, e nell’ansia igienista nel 1904 gli Usa istituirono multe per le navi che imbarcavano tubercolotici. Data la natura della malattia, molto lenta, un medico italiano lamentava la difficoltà posta da questa norma, e ironicamente proclamava: «D’ora in avanti il microscopio entrerà anche trionfalmente in servizio d’emigrazione».

DOCUMENTI ED ISPEZIONI sanitarie erano di fatto utilizzati per garantire l’esercizio del potere, e potevano essere oggetto di incidenti diplomatici per il troppo zelo di medici che osavano rallentare il viaggio di passeggeri di classe (gli altri imbarcati, come i migranti, non avevano diritto a tale titolo): non di rado gli armatori inglesi si lamentavano con l’ambasciata britannica per i medici dei porti italiani che osavano ispezionare navi e passeggeri in arrivo dall’India tramite Suez. Ma l’Italia era un Paese ancora relativamente arretrato ed esposto al colera e alla peste (endemici in Africa e in Asia tra Ottocento e Novecento): la debolezza del Paese si rifletteva nelle sue paure, mentre i britannici consideravano antiquati i sistemi di quarantena e isolamento, che nuocevano al commercio coloniale. I documenti sanitari presuppongono inoltre un’autorità che emette il documento e un’altra che ne riconosca la validità: anche in questo senso esplicitano gerarchie e pregiudizi. Nei primi anni del XX secolo una patente sanitaria marittima emessa in Francia non aveva lo stesso valore di quella emessa a Gedda in Arabia: nonostante il Consiglio Sanitario Marittimo di Alessandria avesse il potere sul Canale di Suez, nulla potevano di fronte all’incapacità dei funzionari dell’impero Ottomano di garantire che nessuno salisse sulle navi durante uno scalo. La motivazione sanitaria poteva quindi diventare una ragione per estendere il potere dell’Occidente progredito, nell’interesse di tutti (?). Le sedi internazionali (come il Consiglio di Alessandria e il suo equivalente a Istanbul) erano i luoghi dove si esautoravano con il sigillo della scienza gli Stati destinati a essere assorbiti dall’influenza degli imperi europei.

IN QUESTA LUCE, i passaporti sanitari sono nodi all’interno di una vasta rete di relazioni di potere sui corpi dei singoli e sui popoli, nel tentativo di rendere oggettivo ciò che invece è il prodotto di diseguaglianze di classe. L’accesso al vaccino (scarso) o anche solo a un tampone molecolare nel momento in cui serve presuppone molto, e ha un alto rischio di discriminare sulla base di questi determinanti sociali, producendo gerarchie tra chi può e chi non può. Solo una vigilanza democratica, che renda trasparente tutte le fasi del processo di produzione e implementazione di una nuova tecnologia, ne garantisca un accesso equo, e che protegga dall’abuso dei dati raccolti, può tenere lontani certi rischi. Sempre in Italia, nel 1790 all’università di Pavia, l’inventore della polizia medica (la medicina sociale) Johann Peter Frank scriveva che la miseria dei popoli è la madre delle malattie. A più di due secoli di distanza, quando parliamo di passaporti sanitari, siamo ancora qui a domandarci: come si fa ad essere poveri e sani?

Mauro Capocci

CONSIGLI DI LETTURA

  • I libri di Carlo M. Cipolla, Miasmi e umori e Cristofano e la Peste, entrambi pubblicati dal Mulino.
  • F. Snowden, Epidemie e società. Dalla Morte Nera al Covid-19, LEG, 2020.
  • John Henderson, Florence Under Siege: Surviving Plague in an Early Modern City, Yale University Press, 2019.
  • Eugene T. Richardson, Epidemic Illusions: On the Coloniality of Global Public Health, MIT Press, 2020.
Mauro Capocci, Passaporto di classe

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